
Un DNA unico per la specie umana- Un tema ancora discutibile? A proposito delle tesi “razziste” di James Watson, l’uomo che contribuì a scoprire il segreto della vita.
Giovedi 6 novembre 2025 è morto James Watson, co-scopritore nel 1953 assieme a al suo collega Francis Crick della struttura a doppia elica del manuale di istruzione degli esseri viventi. Lo scienziato, nato a Chicago e che a quella data aveva solo 25 anni, dedusse che in quella struttura era celato il segreto della vita dal momento che essa era replicabile ed ereditabile. Egli e Crick si avvalsero di una tecnica sviluppata da Maurice Wilkins e Rosalind Franklin e ottennero, assieme a Wilkins, nel 1962 il premio Nobel in medicina. L’altra scienziata era morta quattro anni prima.
La codificazione del DNA e l’approccio “razzista”
Il biologo fu scelto nel 1988 per dirigere il gruppo di ricercatori nell’ambizioso e realizzato progetto di leggere, vale a dire, codificare il genoma umano; tuttavia nel 2007 cadde in disgrazia negli ambienti scientifici e politici per un approccio “razzista” alla lettura del DNA il quale, secondo analisi provate, avrebbe significative specificità se riferito a differenti etnie, vedi, nel caso, quella di pelle nera. L’intelligenza nell’etnia dalla pelle bianca sarebbe diversa e più sviluppata.
Watson, nonostante alcune scuse profferite a fronte delle indignazioni per i contenuti razzisti delle sue dichiarazioni, non è stato mai riabilitato; d’altronde lui stesso continuò a ribadire la prevalenza di quanto è distintivo nel DNA rispetto a quanto l’essere umano può acquisire e sviluppare nel corso delle sue esperienze di vita.
Temi filosofici e scientifci del passato e del presente
E con ciò, si ritorna a secoli passati quando un tema importante della filosofia era quello se l’uomo quando nasce è una sorta di tabula rasa oppure ha già in sé un patrimonio, le c.d. idee innate, che lo individuano e distinguono.
Dopo quei dibattiti filosofici, prevalentemente speculativi, venne un periodo in cui le osservazioni e sperimentazioni scientifiche assunsero rilevanza e fondamento di intuizioni via via codificate e verificate; fra queste, per ultimo, che il genoma umano è unico e che è improprio e senza fondamento parlare di razze umane.
Esattamente il contrario di quanto Watson continuava ad affermare, facendo anch’egli riferimento a dati e riscontri suppostamente inconfutabili.
Riflessioni dubitative e propositive
A questo punto della diatriba, mai del tutto sopita, una riflessione dubitativa s’impone a riguardo.
Vale a dire se nel corso dei millenni della vicenda umana si siano potute innestare nel DNA di gruppi omogeni, distanziati territorialmente da altri gruppi omogenei di umani, mutazioni più profonde e significative di quelle propriamente epigenetiche, per le quali distinguiamo le diverse provenienze guardando al colore della pelle, alla statura, alla conformazione muscolare e scheletrica etc.
L’errore di Watson, a mio parere, è stato quello di volere evidenziare differenze significative nell’intelligenza delle etnie, limitando l’approccio. Nel suo caso fra i bianchi e i neri.
Le variazioni genetiche sono uno strattagemma della natura per la sopravvivenza e lo sviluppo delle specie viventi; esse sono conseguenti e intimamente connesse all’habitat ove l’adattamento ha indotto caratteri duraturi, protettivi e distintivi all’interno di ciascuna specie.
Negare quanto Darwin ha osservato e comprovato è, ex abrupto rientrare nello schema creazionistico che esclude la rilevanza dell’habitat di vita e delle risposte che all’interno di essa le singole specie riescono ad approntare per la sopravvivenza.
Non è da escludere che lo studio della chimica del nostro DNA, ove si continui ad allargare le ricerche e le comparazioni fra gruppi umani lontani, potrebbe svelare sorprendenti ed apprezzabili variazioni, utili nel corso dei millenni alla adattativa formazione e sviluppo degli organi, ivi compreso il cervello. Una varietà che dovrebbe portare a considerare il genere umano il risultato di una incessante fucina di adattamenti, in definitiva una ricchezza a presidio della stessa specie.
L’intelligenza è l’espressione e il prodotto di quanto il nostro individuale DNA può apportare e della risposta alle sfide ed incombenze che l’umano deve affrontare; la vita prepara, insegna e sviluppa e in essa l’organismo umano ricerca e sperimenta la sua adattabilità all’habitat.
La limitatezza dell’approccio di Watson e prospettive di ricerca comparata
Watson, nell’indicare l’intelligenza quale fattore innato, scriminante e selettivo fra gruppi umani, differenti per fenotipo, ha dato al suo approccio una valenza limitativa implicitamente razzista; quasi che il colore della pelle ne determini un distinto e più basso livello.
Ha dimenticato, strada facendo, che il segreto della vita risiede nell’abbondanza delle possibilità di adattamento e sviluppo cui il nostro unico DNA attinge; sia bianco o nero Il colore della pelle, l’intelligenza si atrofizza ove non sia esercitata in quella costante e sempre nuova spinta adattativa alla sopravvivenza della specie che l’habitat, nel suo insieme, ha sempre imposto e ancor oggi continua a richiedere.
Un paradiso terrestre permanente farebbe arretrare l’umanità ad uno stato di quasi beota felicità, non richiedendosi sforzi mentali per affrontare disagi limitatezze conflitti etc. insomma la vita reale come essa è nel nostro pianeta.
Di contro, potremmo via via attingere alle specificità dei diversi gruppi umani per allargare le risposte che “hic et nunc” siamo chiamati a dare ad un habitat complesso, divenuto talora ostile e sconosciuto.
Sarebbe propizio se lo studio del cervello umano svelasse nuove, finora impercettibili mutazioni fra gruppi umani cui l’intera umanità possa consapevolmente attingere in un percorso di risposte adattative agli habitat del pianeta.
Non possiamo correre il rischio di perderci in antinomie ideologiche, nel tortuoso e ancor poco esplorato percorso della vita.
Corralejo 14 novembre 2025
